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 Obesità: perché conviene sconfiggerla

Well Being

 Entro il 2020 ben 2,5 miliardi di adulti saranno in sovrappeso e 700 milioni obesi. Il costo sociale ed economico è elevato. Changes ne ha parlato con il nutrizionista Michele Carruba.

​​​​​​​​​Ogni volta che siamo costretti a sforzi immani per entrare nell’ennesimo paio di pantaloni acquistato da poco, si dovrebbe tenere presente un dato: mediamente una persona obesa vive almeno sei anni di meno rispetto a una normopeso e trascorre qualcosa come dodici anni di vita in condizioni di salute non buona. A scriverlo nero su bianco è il position paper dal titolo L’obesità è una malattia. Curabile, realizzato dal Centro di studio e ricerca sull’obesità dell’Università di Milano (Csro) diretto da uno dei più importanti nutrizionisti europei, il professore Michele Carruba. Occhio al girovita quindi: se superiore ai 102 cm nell’uomo e a 88 cm nella donna qualcosa non va come dovrebbe.

Un problema globale quello dei chili di troppo che rischia di trasformarsi in una vera e propria emergenza: nel mondo, secondo l’Oms, l’Organizzazione mondiale della sanità, un essere umano su cinque è in sovrappeso, che tradotto in cifre vuol dire 1,5 miliardi di persone su 7,5. Ma quel che è peggio, è che 200 milioni di uomini e 300  milioni di donne, invece sono obesi. E se il trend non dovesse cambiare entro il 2020, 2,5 miliardi di adulti saranno in sovrappeso e 700 milioni obesi mentre nel 2030 l’obesità unita al sovrappeso, interesserà il 70% della popolazione. 

Una vera e propria bomba sanitaria che bisogna iniziare a disinnescare. «Il primo passo da compiere è di tipo culturale» ha spiegato a Changes Carruba. «Dobbiamo iniziare a considerare l’obesità una patologia vera e propria e, come tale, trattarla. Come se non bastasse si tratta di una malattia che aumenta enormemente la probabilità di esporre l’organismo all’attacco di altre patologie croniche non trasmissibili». Qualche numero? A livello mondiale l’Oms ha calcolato che il 58% del diabete, il 21% di problemi cardiovascolari e quote comprese fra l’8 e il 42% di certi tipi di neoplasie sono attribuibili all’obesità. Seconso l'analisi di Carruba, l’aumento nell’incidenza di patologie polmonari, pancreatiti, malattie del fegato, patologie renali si deve proprio al sovrappeso. 

In Europa e in Italia, patria della dieta mediterranea, le cose non vanno meglio: nella Penisola i morti per cause attribuibili all’obesità sono 57 mila ogni anno, in pratica uno ogni 10 minuti. «Ce n’è abbastanza per parlare di una sorta di epidemia sommersa, perché l’obesità non è ancora inserita nei Lea, ovvero nei livelli essenziali di assistenza, i servizi sanitari che lo Stato è tenuto a fornire ai suoi cittadini. In pratica non viene riconosciuta come una patologia vera e propria» ha detto Carruba.

Eppure l’Italia rimane in cima ai primi posti in Europa per sovrappeso e, quel che è più grave, per obesità infantile. Secondo il Ministero della Salute nel 2014 i piccoli troppo in carne erano il 21% e gli obesi il 10%. «Anche in questo caso il problema è culturale – spiega Carruba -. I genitori devono iniziare a guardare con attenzione i bambini paffutelli. In passato l’essere rotondi era sinonimo di salute, oggi si deve considerare una sorta di campanello d’allarme soprattutto perché gran parte dei nostri figli conducono una vita eccessivamente sedentaria che, se unita a un’alimentazione ipercalorica, può causare gravi conseguenze. La percezione del problema è centrale in questo senso: il 38% delle madri di bambini in sovrappeso ritiene che il proprio figlio si trovi in una condizione fisica normale. Ricordiamo che un bambino obeso ha il 75% di probabilità di esserlo anche da adulto». 

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Il nodo, a ben guardare, è anche economico. Uno studio condotto dal Ceis-Università di Roma Tor Vergata in collaborazione con l’Ocse, ha fatto emergere che una corretta prevenzione potrebbe far risparmiare, soltanto in Europa, 150 miliardi in 45 anni, soltanto in Italia 40 miliardi in 40 anni. «Questi numeri dimostrano che spendere risorse nella prevenzione di questa malattia, iniziando dai più piccoli, rappresenta un investimento vero e proprio» ha detto Carruba. «​Negli Stati Uniti, per esempio, si è riusciti a fermare la diffusione di questa malattia. Ma oggi la sfida va vinta soprattutto nei Paesi emergenti, dove il benessere si traduce spesso in abitudini alimentari errate. Nulla di nuovo: la stessa cosa è accaduta in Italia e in Europa al termine dell’ultimo conflitto mondiale».

«La cosa importante è ovviamente individuare e saper rimuovere le cause di questa malattia che sono per il 75% ambientali e soltanto per il 25% genetiche» ha detto Carruba. «Attenzione quindi all’assunzione di una quantità eccessiva di calorie a fronte di un consumo energetico ridotto e anche all’aspetto psicologico: spesso un’alimentazione eccessiva è legata a un rapporto difficile con il cibo e il proprio corpo, quindi rivolgersi a uno psicologo è di norma il primo passo per risolvere il problema. E poi ricordiamo di fare movimento». 

Individuato il problema il passo successivo è una dieta ipocalorica da associarsi a un adeguato programma di attivit​à fisica. Esistono anche alcune opzioni farmacologiche, ancora poche in realtà, come la molecola orlistat che blocca l’assorbimento dei grassi introdotti con la dieta. Ma quando ormai la situazione è particolarmente grave la strada della chirurgia bariatrica, o dell’obesità, risulta obbligata. Oggi sono state sviluppate numerose tecniche (interventi gastrorestrittivi, malassorbitivi e così via). «In genere si nota in chi ha subito un trattamento di questo tipo una notevole riduzione del rischio di mortalità e di sviluppare patologie connesse» ha sottolineato Carruba. «Inoltre è più semplice mantenere il calo di peso ottenuto. Se si riducesse di un solo punto percentuale l’incidenza dell’obesità in Europa, si potrebbero evitare 9 milioni di morti per patologie connesse, cardiovascolari e tumorali. Mantenere un peso normale ci fa vivere meglio e più a lungo».


 

 

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